Il principio Federale5
Da Ortosociale.
CAPITOLO VIII
COSTITUZIONE PROGRESSIVA
La storia e la logica, la teoria e la pratica, ci hanno condotti,
attraverso i travagli della libertà e del potere, all'idea di un
contratto politico.
Applicando subito questa idea e cercando di rendercene
conto, abbiamo riconosciuto che il contratto sociale per
eccellenza è il contratto di federazione, che abbiamo definito in
questi termini: Un contratto sinallagmatico (bilaterale, N.d.T.) e
commutativo, stipulato per uno o più oggetti determinati, ma la
cui condizione essenziale è che i contraenti si riservino sempre
una parte di sovranità e di azione superiore a quella a cui
rinunciano.
Proprio il contrario di quello che avviene negli antichi sistemi,
monarchici, democratici e costituzionali, in cui per la forza degli
eventi e sotto la spinta dei principi, i singoli ed i gruppi sono
obbligati a rimettere nelle mani di un'autorità imposta o eletta,
tutta la loro sovranità, ottenendo meno diritti e conservando
meno garanzie e possibilità di iniziativa, di quanto non incomba
loro per oneri e doveri.
Questa definizione del contratto di federazione è un passo
immenso, che ci darà la soluzione tanto cercata.
Il problema politico, abbiamo detto nel capitolo primo,
ricondotto alla sua espressione più semplice, consiste nel
trovare l'equilibrio fra i due elementi contrari, l'autorità e la
libertà. Ogni falso equilibrio si traduce immediatamente per lo
Stato in disordine e rovina, per i cittadini in oppressione e
miseria. In altri termini, le anomalie e le perturbazioni dell'ordine
sociale sono generate dall'antagonismo dei suoi principi;
spariranno quando i principi saranno coordinati in modo tale da
non potersi più nuocere a vicenda.
Equilibrare queste due forze, vuol dire sottometterle ad una
legge che, tenendole a bada l'una per mezzo dell'altra, le metta
d'accordo. Chi ci fornirà questo nuovo elemento, superiore
all'Autorità ed alla Libertà e che, in virtù del loro mutuo
consenso, diventi la dominante del sistema? - Il contratto, il cui
contenuto fa legge e si impone ugualmente alle due forze rivali
(a).
Ma, in un organismo concreto e vivo, quale è la società, il diritto
non può ridursi ad una nozione puramente astratta, aspirazione
indefinita della coscienza, che significherebbe rigettarci nelle
finzioni e nei miti. Per fondare la società, non è sufficiente
formulare semplicemente un'idea ma un atto giuridico, formare
un vero contratto. Gli uomini dell'89 lo avevano intuito, quando
si accinsero a dare alla Francia una costituzione, cosi come tutti
i governanti che li hanno seguiti. Purtroppo, se le intenzioni
erano buone, le menti non furono illuminate a sufficienza; fino a
questo momento è mancato il notaio per redigere il contratto. Di
esso sappiamo quale deve essere lo spirito: cerchiamo ora di
fare la bozza del suo contenuto.
Tutti gli articoli di una costituzione possono essere ricondotti
ad un articolo unico, quello che concerne il ruolo e la
competenza di quel gran funzionario che è lo Stato. Le nostre
assemblee si sono occupate a gara della distinzione e della
separazione dei poteri, cioè della possibilità di azione dello
Stato; in quanto alla competenza dello Stato stesso, alla sua
estensione, al suo contenuto, non si vede che alcuno se ne sia
dato molto pensiero. Si è pensato alla spartizione, come diceva
ingenuamente un ministro nel 1848; in quanto alla cosa da
dividere, è sembrato generalmente che più ce ne fosse stata,
più la festa sarebbe stata bella. Eppure la definizione del ruolo
dello Stato è una questione di vita o di morte per la libertà
collettiva ed individuale.
Solo il contratto di federazione, la cui essenza è quella di
riservare sempre di più ai cittadini che allo Stato, alle autorità
municipali e provinciali più che all'autorità centrale, poteva
metterci sulla via della verità.
In una società libera, il ruolo dello Stato o del governo è per
eccellenza un ruolo di legislazione, di istituzione, di creazione,
di inaugurazione, di installazione; - cioè è il meno possibile un
ruolo di esecuzione. A questo riguardo il nome di potere
esecutivo, con cui si indica uno degli aspetti del potere sovrano,
ha notevolmente contribuito a confondere le idee. Lo stato non
è un imprenditore di servizi pubblici, che equivarrebbe ad
assimilarlo agli industriali che prendono in appalto a forfait i
lavori pubblici. Lo Stato, sia che legiferi, sia che agisca o
sorvegli, è il promotore ed il direttore supremo dell'azione. Se
talvolta interviene nell'esecuzione, lo fa a titolo di prima
manifestazione, per dare l'impulso e fornire l'esempio. Operata
la creazione, fatta l'installazione o l'inaugurazione, lo Stato si
ritira, lasciando alle autorità locali ed ai cittadini l'esecuzione
della nuova iniziativa.
E' lo Stato che fissa i pesi e le misure, che dà i modelli, il
valore e la suddivisione delle monete. Forniti gli originali,
terminata la prima emissione, la fabbricazione dei pezzi d'oro,
d'argento e di rame cessa di essere una funzione pubblica, un
compito dello Stato, un'attribuzione ministeriale; è una qualsiasi
attività, che niente, all'occorrenza, impedirebbe di lasciare
completamente libera, come la fabbricazione di bilance,
bascule, barili e bottiglie. Il miglior mercato è qui la sola legge.
Che cosa si esige in Francia, perché la moneta d'oro e
d'argento sia ritenuta di buona qualità? Un decimo di lega e
nove decimi di metallo fino. Io voglio che ci sia un ispettore per
seguire la fabbricazione: ma il ruolo dello Stato non dovrebbe
andare oltre.
Ciò che dico per le monete, lo ripeto per una quantità di
servizi, abusivamente lasciati nelle mani del governo: strade,
canali, tabacchi, poste, telegrafi, ferrovie, ecc. Io comprendo,
ammetto, reclamo, in caso di bisogno, l'intervento dello Stato in
tutte queste grandi creazioni di pubblica utilità; ma non vedo
affatto la necessità di lasciarle nelle sue mani, una volta che
siano state consegnate alla comunità. Una simile
concentrazione, secondo me, costituisce un vero eccesso di
attribuzioni. Ho chiesto, nel 1848, l'intervento dello Stato per
l'impianto di Banche nazionali, istituzioni di credito, di
previdenza, di assicurazione, come per le ferrovie; mai pensavo
che lo Stato, compiuta la sua opera di iniziatore, potesse
restare per sempre banchiere, assicuratore, trasportatore, ecc.
Certo non credo alla possibilità di provvedere all'istruzione del
popolo senza un grande impegno dell'autorità centrale, ma non
per questo sono meno sostenitore della libertà di
insegnamento, come di ogni altra libertà (b). Voglio che la
scuola sia radicalmente separata dallo Stato, come la Chiesa.
Che ci siano una Corte dei conti, come un ufficio di statistica,
istituiti per raccogliere, verificare e diffondere tutte le
informazioni, tutte le transazioni, tutte le operazioni finanziarie,
su tutto il territorio della Repubblica, sarebbe l'ora. Ma perché
tutte le spese ed entrate dovrebbero passare per le mani di un
tesoriere, di un esattore o pagatore unico, ministro di Stato,
quando lo Stato, per la natura della sua funzione, dovrebbe
interessarsi di pochi o nessun servizio ed avere poca o
nessuna spesa (c)?.... E' veramente necessario che i tribunali
dipendano da un'autorità centrale? Amministrare la giustizia fu
in ogni tempo il più alto attributo del principe, lo so bene; ma
questo attributo è un residuo del diritto divino; non potrebbe
essere rivendicato da un re costituzionale né a maggior ragione
dal capo di un impero basato sul suffragio universale. Dal
momento, dunque, che l'idea del diritto, ridiventando umana,
come tale torna ad essere preponderante nel sistema politico,
l'indipendenza della magistratura ne sarà la conseguenza
necessaria. Ripugna che la giustizia sia considerata come un
attributo dell'autorità centrale o federale; essa non può essere
altro che una delega fatta dai cittadini all'autorità municipale,
tutt'al più a quella provinciale. La giustizia è un attributo
dell'uomo, che nessuna ragione di Stato può sottrargli. -
Neppure il servizio militare deve far eccezione a questa regola:
le milizie, i magazzini, le fortificazioni, non devono passare nella
mani delle autorità federali che nel caso di guerra; altrimenti i
soldati e gli armamenti restano alle dipendenze delle autorità
locali (d).
In una società regolarmente organizzata, tutto deve essere in
crescita continua: scienza, industria, lavoro, ricchezza, salute
pubblica; la libertà e la moralità devono procedere di pari
passo. La vita ed il suo divenire non possono arrestarsi un
istante. Organo principale di questo processo, lo Stato è
sempre in azione, poiché ha senza sosta nuovi bisogni da
soddisfare, nuove questioni da risolvere. Se la sua funzione di
principale promotore e di supremo direttore è incessante, le sue
opere in compenso non si possono ripetere. Esso è la più alta
espressione del progresso. Ora, che cosa accade quando,
come si verifica quasi sempre e dovunque, lo Stato indugia sui
servizi che lui stesso ha creato e cede alla tentazione di
accaparrarseli? Da promotore si fa esecutore. Non è più lo
spirito della collettività, che la feconda, la dirige e l'arricchisce
senza imporle alcun onere: è una grande società anonima, con
seicentomila impiegati e con seicentomila soldati, organizzata
per fare di tutto e che invece di venire in aiuto della nazione,
invece di servire i cittadini ed i comuni, li espropria e li opprime.
Presto la corruzione e la malversazione, l'apatia entrano nel
sistema, sempre occupato a sostenersi, ad accrescere le sue
prerogative, a moltiplicare i suoi servizi e ad ingrossare il suo
bilancio; il potere perde di vista il suo vero ruolo, cade
nell'autocrazia e nell'immobilismo; il corpo sociale soffre e la
nazione, contrariamente alla sua legge storica, comincia a
decadere.
Abbiamo fatto notare, al Cap. VI, che nell'evoluzione degli
Stati l'Autorità e la Libertà sono in successione logica e
cronologica; mentre la prima è in continua diminuzione, la
seconda in ascesa; il governo espressione dell'autorità,
mediante un lento processo, viene posto in posizione
subalterna dai suoi rappresentanti o organi della libertà; vale a
dire che il potere centrale cade sotto il controllo dei deputati dei
dipartimenti o province, l'autorità provinciale rispetto a quello
dei delegati dei comuni e l'autorità municipale rispetto agli
abitanti. La libertà così aspira a rendersi preponderante,
l'autorità a mettersi al servizio della libertà ed il principio
contrattuale a sostituirsi dovunque, negli affari pubblici, al
principio autoritario.
Se tutto questo è vero, non vi può essere dubbio sulla
conseguenza: cioè, secondo la natura delle cose ed il gioco dei
due princìpi, l'Autorità deve ritirarsi, la Libertà avanzare rispetto
ad essa, ma in modo che le due si susseguano senza mai
scontrarsi; la costituzione della società è essenzialmente
progressiva, cioè sempre più liberale, e ciò non può verificarsi
se non in un sistema in cui la gerarchia di governo, invece di
essere posta sul suo vertice, sia stabilita solidamente sulla sua
base, vale a dire in un sistema federale.
In questo consiste tutta la scienza costituzionale; la riassumo
in tre proposte:
- 1° formare dei gruppi di media dimensione, rispettivamente sovrani ed unirli con patto di federazione;
- 2° organizzare in ogni Stato federato il governo secondo il principio di separazione degli organi; - voglio dire: separare nel potere tutto ciò che può essere separato; definire tutto ciò che potrà essere definito; distribuire fra organi o funzionari diversi tutto ciò che sarà stato separato e definito; non lasciare nulla di indiviso; dotare la pubblica amministrazione di tutte le condizioni di pubblicizzazione e di controllo;
- 3° Invece di assorbire gli Stati federati o le autorità provinciali e municipali in un'unica autorità centrale, ridurre le attribuzioni di questa ad un semplice ruolo di iniziativa generale, di mutua garanzia e sorveglianza, in cui i decreti non siano eseguiti che con il visto dei governi federati e per mezzo di funzionari ai loro ordini, così come nella monarchia costituzionale, dove ogni decreto emanato dal re, per essere eseguito, deve essere controfirmato da un ministro.
Sicuramente la separazione dei poteri, come fu praticata
sotto la Carta del 1830, è una bella istituzione e di alta portata,
ma è puerile averla limitata ai soli membri di un gabinetto. Il
governo di un Paese, non deve essere diviso solo fra sette o
otto eletti usciti da una maggioranza parlamentare e criticati da
una minoranza di opposizione, ma anche fra le province ed i
comuni; senza di ciò la vita politica, trascura la periferia per il
centro, ed il marasma invade la nazione, divenuta idrocefala.
Il sistema federale è applicabile a tutte le nazioni ed in tutte
le epoche, poiché l'umanità è progressiva in ogni sua
generazione ed in tutte le sue razze, e la politica di federazione,
che è la politica del progresso per eccellenza, consiste nel
governare ogni popolazione, al momento opportuno, secondo
un regime di autorità e di centralizzazione decrescenti,
corrispondente alla sua mentalità ed ai suoi costumi.
Note:
(a) Vi sono tre modi di concepire la legge, a seconda del punto di vista in cui si pone l'essere morale e la qualità che assume, come credente, come filosofo o come cittadino. La legge è il comandamento intimato all'uomo in nome di Dio da un'autorità competente: è la definizione della teologia e del diritto divino. La legge è l'espressione del rapporto delle cose; è la definizione del
filosofo, data da Montesquieu. La legge è lo statuto arbitrale della volontà umana (Della giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa, vol. 8°); è la teoria del contratto e della federazione. Essendo una la verità, benché di aspetto variabile, queste tre definizioni rientrano l'una nell'altra, e devono essere guardate in fondo come identiche. Ma i sistemi sociali che generano non sono gli stessi; per la prima, l'uomo si dichiara suddito della legge e del suo autore o rappresentante; per la seconda, si riconosce come parte integrante di un vasto organismo; per la terza, fa sua la legge e si libera da ogni autorità, fatalità e dominazione. La prima formula è propria dell'uomo religioso; la seconda del panteista, la terza del repubblicano. Soltanto quest'ultima è compatibile con la libertà.
(b) Secondo la costituzione federale svizzera del 1848, la Confederazione ha il diritto di creare un'Università svizzera. Quest'idea fu energicamente combattuta come un attentato alla sovranità dei cantoni e a ragione, secondo me. Ignoro se si sia dato corso al progetto.
(c) In Svizzera esiste un bilancio federale, amministrato dal Consiglio federale, ma che concerne solo le questioni della confederazione e non ha nulla in comune con il bilancio dei cantoni e delle città.
(d) Costituzione federale svizzera, art. 13: - La Confederazione non ha il diritto di mantenere eserciti permanenti. Ai nostri repubblicani unitari do a meditare questo articolo.
CAPITOLO IX
RITARDO DELLE FEDERAZIONI:CAUSE DEL LORO RINVIO
L'idea di federazione, sembra così antica nella storia quanto
quella della Monarchia e della Democrazia, antica come l'idea
stessa di autorità e di libertà. Come potrebbe essere altrimenti?
Tutto ciò che fa emergere successivamente nella società la
legge del progresso ha le sue radici nella natura stessa. La
civiltà cammina condizionata dai suoi principi, preceduta e
seguita dal corteo delle sue idee, che le fanno costantemente la
ronda. Fondata sul contratto, espressione solenne della libertà,
la federazione non poteva mancare all'appello. Più di dodici
secoli prima di Gesù Cristo, essa appare nelle tribù ebraiche,
separate le une dalle altre nelle loro vallate, ma unite, come le
ismaelite, da una specie di patto fondato sulla consanguineità.
Quasi contemporaneamente essa si manifesta nell'Anfizionia
greca, incapace, è vero, a soffocare le discordie ed a prevenire
la conquista o l'assorbimento nel principio unitario, il che è la
stessa cosa ma è testimonianza vivente del futuro diritto delle
genti e della libertà universale. Non abbiamo dimenticato le
leghe gloriose dei popoli slavi e germanici, perpetuate fino ai
nostri giorni nelle costituzioni federali della Svizzera, della
Germania, e perfino nell'impero d'Austria, formate da tante
nazioni eterogenee, ma nonostante tutto inseparabili. E' questo
contratto federale che, costituendosi poco a poco come
governo regolare, dovrà mettere fine dovunque alle
contraddizioni dell'empirismo, eliminarne l'arbitrario e fondare
su un equilibrio indistruttibile la giustizia e la pace.
Per lunghi secoli, l'idea di federazione sembra offuscata e
tenuta di riserva: la causa di questo ritardo è da spiegarsi con
l'incapacità originaria delle nazioni e con la necessità di
formarle per mezzo di una rigida disciplina. Tale, dunque, è il
ruolo che, per mezzo di una sorta di superiore determinazione,
sembra sia stato assegnato al sistema unitario.
Era necessario allora domare, dare stabilità alle moltitudini
erranti, indisciplinate e rozze; raggruppare le città isolate ed
ostili: fondare poco a poco, d'autorità, un diritto comune,
imporre, sotto forma di decreti categorici, le leggi generali
dell'umanità. Non si potrebbe attribuire altro significato a queste
grandi creazioni politiche, dell'antichità, alle quali fecero seguito
a mano a mano gli imperi dei Greci, dei Romani e dei Franchi,
la Chiesa cristiana, la rivolta di Lutero e, finalmente, la
rivoluzione francese.
La federazione non avrebbe potuto adempiere a questa
missione educatrice, anzitutto perché essa è la Libertà; poi
perché esclude l'idea di costrizione e riposa sulla nozione di
contratto sinallagmatico, commutativo e limitato. Il suo scopo
inoltre è quello di garantire la sovranità e l'autonomia ai popoli
che essa unisce, gli stessi che inizialmente si trattava di tenere
sotto il giogo, nell'attesa che fossero capaci di governarsi da sé
per mezzo della ragione. In una parola, poiché la civiltà è per
sua natura progressiva, un governo federale che si fosse
instaurato fin dagli inizi avrebbe implicato una contraddizione.
Un'altra ragione d'esclusione provvisoria per il principio
federativo è nella debole capacità d'espansione degli Stati
raggruppati sotto costituzioni federali.
Limiti naturali degli Stati federali. Abbiamo detto al Cap. II,
che la monarchia, per se stessa ed in virtù del suo principio,
non conosce limiti al suo sviluppo e che la stessa cosa è per la
democrazia. Questa facoltà di espansione è passata dai
governi semplici, o a priori, ai governi misti o di fatto,
democrazie e aristocrazie, imperi democratici e monarchie
costituzionali; tutti, sotto questo aspetto, hanno fedelmente
obbedito al loro ideale. Da lì sono sorte tutte le fantasie
messianiche e tutti i tentativi di monarchia o di repubblica
universale.
In questi sistemi la tendenza all'inglobamento non ha mai fine;
in essi si può dire che l'idea di frontiera naturale è una finzione,
o per meglio dire un inganno politico; i fiumi, le montagne ed i
mari sono considerati non più come dei limiti territoriali, ma
come degli ostacoli su cui la libertà del sovrano e della nazione
può trionfare. E' la logica del principio che vuole così: la facoltà
di possedere, di accumulare, di comandare e di sfruttare è
infinita, per confini non ha che l'universo. L'esempio più famoso
di questo accaparramento di territori e popolazioni senza che si
tenessero in considerazione i fiumi, le montagne, le foreste, i
mari ed i deserti, è stata quella dell'Impero Romano, che aveva
il suo centro e la sua capitale in una penisola, in seno ad un
vasto mare, e le sue province tutt'intorno non abbastanza
lontane da non essere raggiungibili dagli eserciti e dagli esattori
delle imposte.
Ogni Stato è per sua natura annessionista. Niente arresta la
sua marcia di invasione, se non lo scontro con un altro Stato,
invasore come lui e capace di difendersi. I predicatori più accesi
del nazionalismo non si curano, all'occasione, di contraddirsi,
se mossi dall'interesse, per la sicurezza del loro paese: chi,
nella democrazia francese, avrebbe osato protestare contro
l'annessione della Savoia o di Nizza? Non è, allo stesso modo,
raro vedere le annessioni favorite dagli stessi annessi, barattare
la loro indipendenza e la loro autonomia.
Ciò non avviene nel sistema federativo. Molto idonea a
difendersi se è attaccata (gli Svizzeri lo hanno fatto vedere più
di una volta), una confederazione si dimostra molto debole
quando si tratta di conquistare. Eccettuato il caso, molto raro, in
cui uno Stato vicino chieda di entrare nel patto, si può dire che,
per la sua stessa sopravvivenza, essa si preclude qualsiasi
possibilità di ampliamento, in virtù del principio che, limitando
l'oggetto del patto di federazione alla difesa comune ed a
qualche obbiettivo di comune utilità, GARANTISCE ad ogni Stato
il suo territorio, la sua sovranità, la sua costituzione, la libertà
dei suoi cittadini ed in più gli riserva una quantità di autorità, di
iniziativa e di potenza maggiore di quanta ne abbandoni. La
confederazione, dunque, si limita da sé tanto più rigorosamente
quanto più le comunità ammesse nell'alleanza sono distanti
l'una dall'altra; in tal modo si arriva presto ad un punto in cui il
patto si trova senza scopo. Supponiamo che uno degli Stati
confederati formuli il progetto di una conquista particolare, che
desideri annettersi una città vicina, una provincia confinante col
suo territorio; che voglia immischiarsi degli affari di un altro
Stato. Non soltanto non potrà contare sull'appoggio della
confederazione, che gli risponderà che il patto è stato fatto
esclusivamente allo scopo di reciproca difesa e non per
l'espansione di un singolo; ma si vedrà anche ostacolato nella
sua impresa dalla solidarietà federale, che non consente che
tutti si espongano alla guerra per l'ambizione di uno solo. In tal
modo una confederazione è garanzia allo stesso tempo per i
propri membri e per i suoi vicini non confederati.
Così, al contrario di quanto accade negli altri governi, l'idea di
una confederazione universale è contraddittoria. In questo si
manifesta una volta di più la superiorità morale del sistema
federativo sul sistema unitario, esposto a tutti gli inconvenienti
ed a tutti i vizi dell'indefinito, dell'illimitato, dell'assoluto,
dell'ideale. L'Europa sarebbe ancora troppo grande per una
confederazione unica: non potrebbe che formare una
confederazione di confederazioni. E' stato dopo questo
concetto, che indicavo nella mia ultima pubblicazione come
primo passo da fare nella riforma del diritto pubblico europeo, il
ristabilimento delle confederazioni italiana, greca, batava,
scandinava e danubiana, come preludio alla decentralizzazione
dei grandi Stati, ed in seguito al disarmo generale. Allora ogni
nazionalità tornerebbe alla libertà; si realizzerebbe l'idea di un
equilibrio europeo auspicato da tutti i pubblicisti ed uomini di
Stato, ma impossibile da realizzare con le grandi potenze rette
da costituzioni unitarie (a).
Così, condannata ad un'esistenza pacifica e modesta,
avendo sulla scena politica il ruolo più trascurato, non
sorprende che l'idea di Federazione sia rimasta fino ai nostri
giorni come offuscata davanti allo splendore dei grandi Stati.
Ancora oggi pregiudizi ed abusi di ogni genere pullulano ed
infieriscono negli stati federativi con la stessa intensità che nelle
monarchie feudali o unitarie, pregiudizio di nobiltà, privilegio di
borghesia, autorità della Chiesa, con la conseguente
oppressione del popolo e servitù dello spirito; la Libertà resta
come imprigionata in una camicia di forza e la civiltà
impantanata in un invincibile statu quo. L'idea federalista vive
inosservata, incompresa, impenetrabile, ora per una sacra
tradizione come in Germania, dove la Confederazione,
sinonimo d'Impero, era una coalizione di prìncipi assoluti, gli uni
laici, gli altri ecclesiastici, sotto la sanzione della Chiesa di
Roma; oppure per la forza delle cose, come in Svizzera, dove
la confederazione era composta da alcune vallate separate le
une dalle altre e protette contro lo straniero da catene
montuose invalicabili, la cui conquista non sarebbe stata
possibile a meno che non si ripetesse l'impresa di Annibale.
Come vegetazione politica inaridita nella crescita, dove il
pensiero del filosofo non aveva niente da cogliere né l'uomo di
Stato un principio a cui ispirarsi, dalla quale le masse non
avevano niente da sperare e lontana dall'offrire il minimo aiuto
alla Rivoluzione, da questa s'aspettava il cambiamento e la vita.
E' del resto un fatto acquisito dalla storia che la Rivoluzione
francese ha influito su tutte le costituzioni federali esistenti, le
ha emendate, ispirate col suo soffio, ha fornito loro ciò che
hanno di migliore, in una parola, le ha messe in condizione di
evolversi, senza aver ricevuto niente in cambio fino ad oggi.
Gli Americani erano ormai stati sconfitti in venti scontri, e la
loro causa sembrava ormai persa, quando l'arrivo dei Francesi
fece cambiare la situazione, ed obbligò il generale inglese
Cornwallis a capitolare, il 19 ottobre 1781. Fu in seguito a
questo evento che l'Inghilterra acconsentì a riconoscere
l'indipendenza delle colonie, che poterono allora occuparsi della
loro costituzione. Ebbene! Quali erano allora le idee, in materia
politica, degli Americani? Quali furono i principi del loro
governo? Un vero guazzabuglio di privilegi; un monumento di
intolleranza, di esclusione e di arbitrio, in cui brillava, come un
astro sinistro, lo spirito di aristocrazia, di regolamentazione, di
setta e di casta; cosa che suscitò la riprovazione dei pubblicisti
francesi ed attirò da parte loro sugli americani le osservazioni
più umilianti. Quel poco di vero liberalismo che penetrò in
America in quel periodo fu, si può ben dire, opera della
Rivoluzione francese, che sembrava preludere, in quella terra
lontana, al rinnovamento del vecchio mondo. La libertà in
America è stata fino ad oggi piuttosto un effetto
dell'individualismo anglosassone, lanciato in immense solitudini,
che quello delle sue istituzioni e dei suoi costumi. La guerra
attuale lo dimostra anche troppo (b).
E' ancora la Rivoluzione che ha sradicato la Svizzera dai suoi
vecchi pregiudizi d'aristocrazia e di borghesia e rielaborato la
sua confederazione. Nel 1801, la costituzione della Repubblica
elvetica fu rimaneggiata una prima volta; l'anno seguente, la
mediazione del Primo Console mise fine ad ogni discordia.
Avrebbe messo fine alla sua indipendenza, se la riunione della
Svizzera all'Impero fosse stata nelle mire di Napoleone. Ma
disse loro: Io non voglio saperne di voi. Dal 1814 al 1848, la
Svizzera non ha cessato di essere travagliata dai suoi elementi
reazionari, tanto l'idea federativa era stata confusa con l'idea di
aristocrazia e di privilegio. Solo nel 1848, nella costituzione del
12 settembre, furono finalmente e chiaramente posti i veri
princìpi del sistema federativo. Ma ancora questi princìpi furono
così poco compresi, che si manifestò presto una tendenza
unitaria, che ebbe i suoi rappresentanti anche in seno
all'assemblea federale.
In quanto alla Confederazione germanica, tutti sanno che la
vecchia struttura fu abolita con la mediazione di Napoleone,
che non fu però altrettanto felice nel piano di restaurazione. In
questo momento il sistema della confederazione germanica è di
nuovo allo studio nel pensiero dei suoi popoli; possa finalmente
la Germania uscire infine libera e forte da questo fermento,
come da una crisi salutare!
Nel 1789 l'esperimento del federalismo non era dunque
ancora stato fatto; l'idea non era per nulla acquisita. Il
legislatore rivoluzionario non aveva alcuna conclusione da
trarre. Bisognava che quelle confederazioni, tali e quali, che
palpitavano in qualche angolo dell'antico e del nuovo mondo,
animate dallo spirito del nuovo, imparassero anzitutto a
funzionare ed a definirsi, che il loro principio fecondato,
sviluppandosi, mostrasse la ricchezza del suo organismo;
bisognava allo stesso tempo che, sotto il nuovo regime
d'uguaglianza, si facesse un ultimo esperimento del sistema
unitario. Solo a queste condizioni la Filosofia poteva avere
elementi di giudizio, la Rivoluzione trarre le sue conclusioni, e,
generalizzando l'idea, la Repubblica dei popoli uscire alla fine
dal suo misticismo nella forma concreta di una federazione di
federazioni.
I fatti sembrano oggi dare ali alle idee; e noi possiamo forse,
senza presunzione né orgoglio, da un lato sradicare le masse
dai loro idoli funesti, dall'altro svelare agli uomini politici il
segreto delle loro delusioni.
Note:
(a) Si è molto parlato, fra i democratici di Francia, di una confederazione
europea, in altri termini degli Stati Uniti d'Europa. Con questa designazione
non sembra si sia mai intesa cosa diversa che un'alleanza di tutti gli Stati,
grandi e piccoli, attualmente esistenti in Europa, sotto la presidenza
permanente di un congresso. E' sottinteso che ogni Stato conserverebbe la
forma di governo che gli converrebbe di più. Ora, disponendo ogni Stato nel
Congresso di un numero di voti proporzionali alla sua popolazione ed al suo
territorio, i piccoli Stati si troverebbero presto, in questa pretesa
confederazione, infeudati ai grandi; inoltre, se fosse possibile che questa
nuova santa alleanza potesse essere animata da un principio di evoluzione
collettiva, la si vedrebbe prontamente degenerare, dopo un conflitto interno,
in una potenza unica, o grande monarchia europea. Una simile federazione
non sarebbe dunque che un inganno o non avrebbe alcun senso.
(b) I principi della Costituzione americana, secondo l'opinione degli uomini
perspicaci, annunciano una decadenza prematura. Turgot, amico zelante
della causa degli americani, si lamentava:
- " 1.- Di ciò che gli usi degli Inglesi erano imitati senza fine di utilità;
- " 2.- Che il clero, essendo escluso dal diritto di eleggibilità, era divenuto un corpo estraneo nello Stato, sebbene non potesse in questo caso costituire una dannosa eccezione,
- " 3.- Che la Pennsylvania esigeva un giuramento religioso dai membri del Corpo legislativo;
- " 4.- Che il Jersey esigeva la fede nella divinità di Gesù Cristo;
- " 5.- Che il puritanesimo della Nuova Inghilterra era intollerante e che i quaccheri della Pennsylvania consideravano la professione delle armi come illegale.
- " 6.- Che nelle colonie meridionali c'era una grande ineguaglianza di fortune, e che i Negri, sebbene liberi, formavano con i Bianchi due corpi distinti nello stesso Stato;
- " 7.- Che lo stato della società nel Connecticut era una condizione a metà fra le nazioni selvagge e civilizzate, e che nel Massachusetts e New Jersey il più piccolo intrigo escludeva i candidati dal numero dei rappresentanti;
- " 8.- Che parecchi inconvenienti risultavano dall'emancipazione dei negri,
- " 9.- Che nessun titolo di nobiltà doveva essere conferito;
- " 10.- Che il diritto di primogenitura doveva essere abolito e la libertà di commercio stabilita;
- "11.- Che l'estensione della giurisdizione doveva essere calcolata a seconda della distanza dal luogo di residenza;
- "12.- Che non si era stabilita una distinzione sufficiente fra i proprietari terrieri e quelli che non lo erano;
- "13.- Che il diritto di regolare il commercio era attribuito alla costituzione di tutti gli Stati, ed ugualmente il diritto di divieto;
- "14.- Che non c'era alcun principio adottato per l'imposta, e che conseguentemente ogni Stato aveva il diritto di creare le tasse a fantasia;
- "15.- Che l'America poteva fare a meno del legame con l'Europa, e che un popolo saggio non doveva farsi sfuggire dalle mani i suoi mezzi di difesa.
"Il celebre Mirabeau trovò nella società di Cincinnato, composta da ufficiali dell'armata della Rivoluzione, il principio delle distinzioni ereditarie. Altre obbiezioni furono fatte da Price, Mably ed altri scrittori stranieri. I legislatori americani hanno saputo approfittarne, modificando qualche accessorio, ma conservando tutti i materiali dell'edificio repubblicano che, invece di degradarsi come si era profetizzato, è migliorato col tempo e promette una lunga durata. (Descrizione degli Stati Uniti, di Warden, tradotto dall'inglese. Parigi 1820; vol.5, pag. 255). Allo stesso modo il passaggio seguente dello stesso scrittore non è meno rivelatore: Jefferson e quelli che agirono in concerto con lui erano persuasi che i tentativi fatti per il benessere del genere umano, senza riguardo alle opinioni ed ai pregiudizi, ottenessero raramente un risultato felice, e che i miglioramenti più tangibili non dovessero essere introdotti con la forza nella società. Non si propose dunque alcun'altra nuova misura, senza che l'opinione pubblica fosse abbastanza matura per accoglierla. Questa politica di Jefferson e dei suoi amici è degna sicuramente di tutti i nostri elogi. E' la gloria dell'uomo e del cittadino, che deve fare sua la verità e la giustizia, prima di sottomettersi alle loro leggi. - Noi siamo tutti re, diceva il cittadino di Atene. E la Bibbia non ci ha detto che noi eravamo degli Dei? Come re e come dei, noi non dobbiamo obbedienza che a noi stessi. Ciò non di meno secondo la pubblica opinione di Jefferson, sotto la sua presidenza (1801 al 1805), il popolo americano era forse il meno liberale che ci fosse al mondo, e che, senza questa libertà negativa che dà la rarefazione della popolazione su un territorio di una fecondità inaudita, meglio sarebbe valso vivere sotto il dispotismo di Luigi XV o di Napoleone che nella repubblica degli Stati Uniti.
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